Investiamo nelle infrastrutture rinnovabili

Investiamo nelle infrastrutture rinnovabili

E’ uscito un nuovo rapporto Internazionale, redatto da The New Climate Economy, un orgnismo della Global Commission on the Economy and Climate, formata nel 2013 da 7 governi tra cui Indonesia, Norway, South Korea, Sweden and the United Kingdom, rapporto che diviene uno strumento irrinunciabile ed inattacabile a giustificazione dell’imperativo di investire nello sviluppo delle infrastrutture delle rinnovabili, necessarie al raggiungimento sia degli obbiettivi climatici parigini, sia dei sustainable development goals (SDG – i successori dei MDG).

Cosa dice in sintesi questo nuovissimo rapporto?

Investing in sustainable infrastructure is key to tackling three simultaneous challenges: reigniting global growth, delivering on the Sustainable Development Goals (SDGs), and reducing climate risk. Investing in it can support inclusive growth, enhance access to basic services that can reduce poverty and accelerate development, and promote environmental sustainability.

A comprehensive definition of infrastructure includes both traditional types of infrastructure (everything from energy to public transport, buildings, water supply and sanitation) and, critically, also natural infrastructure (such as forest landscapes, wetlands and watershed protection). Ispra ha calcolato il valore della perdita di servizi ecosistemici che il consumo di suolo comporta (produzione agricola, allo stoccaggio del carbonio, protezione dell’erosione, ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua, assenza di impollinatori, regolazione del microclima urbano), il suo rapporto effettua delle elaborazioni sui costi a carico della collettività che portano ad una stima di 36.000 – 55.000 € all’anno per ogni ettaro di suolo consumato.

The challenge is urgent: the investment choices we make even over the next 2-3 years will start to lock in for decades to come either a climate-smart, inclusive growth pathway, or a high-carbon, inefficient and unsustainable pathway.

The world is expected to invest around US$90 trillion in infrastructure over the next 15 years, more than is in place in our entire current stock today.

Da sottolineare anche l’avvertimento che investimenti infrastrutturali fatti nei prossimi 2-3 anni saranno cruciali nel delineare le linee di sviluppo dei prossimi DECENNI (tanto per ritornare sulla questione del gas).

Naturalmente, gli obbiettivi delineati dal rapporto sono globali. Per tradurli a livello europeo, vanno appunto incrociati con politiche e strumenti adottati e da adottare, inclusi piani di ricerca e finanziamenti, tipo il famoso “piano Juncker” – EFSI – di cui la Commissione Europea afferma che il 40% è destinato a progetti “sostenibili”. Ma il diavolo è nei dettagli: chi CONTROLLA effettivamente se i progetti finanziati, a partire appunto da quelli “infrastruttural”, siano effettivamente sostenibili?

La riforma ETS, l’adozione del burden sharing per la riduzione delle emissioni, l’efficienza energetica, l’avvio di una VERA economia circolare sono intimamente collegati in una visione che, finora, E’ ASSENTE A LIVELLO EUROPEO, per non parlare di quello italiano (che fine ha fatto il “green act”?). Lo dimostra l’attuale controversia sulla “necessità” o meno di “proteggere” l’industria del carbone e lignita europea – tedesca e polacca – per preservare i livelli occupazionali, senza considerare la possibilità di trasferire posti di lavoro verso la costruzione di una infrastruttura energetica sostenibile.

Investire nelle infrastrutture e nell’efficienza dovrebbe essere ormai il principale argomento della politica, a livello nazionale come locale, a fronte del criminale immobilismo europeo ed italiano, esclusivamente focalizzato sul gas, a difesa di interessi e promozione di obbiettivi che nulla hanno a che fare con la lotta al cambiamento climatico. Ripeterò fino alla nausea che privilegiare il gas, sia di provenienza russa, sia di provenienza dal fracking – come il GNL USA – ormai serve esclusivamente le rendite di posizione dell’industria ingegneristica ed estrattiva fossile, dei grandi brokers finanziari, dei regimi dittatoriali e dell’industria delle armi. Continuare a puntare sui fossili significa non solamente fallire miseramente gli stessi obbiettivi climatici che ci siamo posti, ma anche perennizzare la dipendenza europea da fattori geopolitici basati su guerra e dominio imperialista, piuttosto che su pace e cooperazione.

Questo è il momento di scegliere, e di esporsi pubblicamente. Domani è già troppo tardi. E al di là delle dichiarazioni in televisione, su quali infrastrutture sta puntando l’attuale Governo?