Le strategie europee sul gas sono in conflitto con gli obbiettivi di lotta al cambiamento climatico

Le strategie europee sul gas sono in conflitto con gli obbiettivi di lotta al cambiamento climatico

Uno degli effetti immediati, e meno sottolineati, della Brexit, è stato quello di bloccare il processo di ratifica degli accordi di Parigi sul clima del dicembre 2015 da parte degli Stati membri UE. L’uscita di Londra, infatti, implica una nuova ripartizione degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni climalteranti tra i rimanenti 27 Stati, nell’ambito del cosiddetto “effort sharing”.

Alcuni Paesi membri, tra cui la Francia, hanno già avviato il processo di ratifica. Altri attendono di conoscere i dettagli degli obiettivi climatici UE senza il Regno Unito per il 2030 prima di iniziare o concludere il loro processo di ratifica.

Ma i negoziati per la Brexit inizieranno non prima del 2017 e potrebbero durare fino ad un paio d’anni. A fronte della frenata europea, il Presidente USA, Barack Obama, e il Presidente cinese, Xi Jinping, nel corso dello scorso vertice dei G20 tenutosi in Cina, hanno annunciato di aver inviato al Segretariato della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici i rispettivi piani di riduzione delle emissioni di gas-serra, in questo modo ratificando ufficialmente gli accordi di Parigi.

L’UE quindi, da alfiere dichiarato dei più ambiziosi obbiettivi di lotta al cambiamento climatico, si ritrova ora come fanalino di coda dei più grandi inquinatori del pianeta, col 12% del totale delle emissioni nocive, nel mettere in pratica le sue buone intenzioni. Lo scorso dicembre, a Parigi, l’UE all’unanimità aveva approvato l’accordo e aveva assunto un impegno formale davanti alle Nazioni Unite di ridurre “congiuntamente” le emissioni dei suoi 28 Paesi membri del 40% al di sotto dei livelli del 1990, entro il 2030, con l’obbiettivo dell’80-90% di riduzione al 2050.

Da allora, il processo è bloccato. Inoltre, solamente poche settimane dopo la firma parigina, nel febbraio 2016, la Commissione ha adottato il Pacchetto sulla sicurezza energetica, contenente due proposte a carattere legislativo e due documenti di orientamento strategico, tra cui la Strategia per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) e lo Stoccaggio del gas. Questo documento contraddice in maniera clamorosa i conclamati obbiettivi climatici trionfalmente affermati dopo Parigi, enfatizzando in maniera del tutto sproporzionata e incorretta ruolo e bassi costi del GNL nei futuri scenari energetici europei, nello sforzo di presentarlo come unica possibile alternativa alle importazioni russe via pipelines, che nel 2014 rappresentavano oltre il 37,5% del consumo di gas nell’UE.

Mentre è generalmente riconosciuto che una maggiore integrazione delle reti distributive energetiche ed elettriche permetterebbe di raggiungere un livello di mercato interno efficiente, con notevole riduzione dei costi e delle esigenze energetiche attuali, la strategia si focalizza sulla costruzione di opere per 5 miliardi di euro, essenzialmente mirate alla costruzione di ben 39 terminali per l’importazione di GNL entro il 2025. Questo aumenterebbe la capacità di rigassificazione europea fino a 324 miliardi di m3, in pratica, la quasi totalità delle importazioni gasiere nel 2014, ignorando totalmente l’obbiettivo di riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030 preso a Parigi, il quale, comporterebbe una riduzione del 30% delle importazioni di gas.

Sfruttando appieno le capacità di rigassificazione esistenti, l’UE potrebbe già oggi ridurre di circa il 50% le importazioni di gas russo. Peccato che il tasso di utilizzazione degli impianti, nel 2014, non è andato oltre il 14%. E con l’attuale andamento dei prezzi di mercato, importare GNL da Canada, USA o Qatar costa sempre molto di più che rivolgersi a Gazprom. Senza contare che se il controverso raddoppio del gasdotto Nord Stream venisse finalmente approvato, l’Europa potrebbe fare a meno dell’Ucraina come Paese di transito.

Nonostante questi fatti, i Paesi Baltici, che hanno consumato 3,4 miliardi di m3 di gas nel 2014, hanno pianificato la costruzione di terminali per GNL con una capacità di 11,5 miliardi di m3, oltre ad un pipeline tra Polonia e Lituania del costo di 558 milioni di euro. Continuare a costruire infrastrutture per le energie fossili, come è il gas, invece di investire in quelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, rappresenta non solamente uno spreco di denaro, in gran parte pubblico, ma costituisce un vero e proprio crimine ambientale.

Gli impatti ambientali dei rigassificatori sono infatti enormi. La costruzione di ulteriori infrastrutture per le fonti fossili, inoltre, genera l’effetto “lock-in”, per cui si rimane legati al loro utilizzo non per i benefici ambientali che essi offrono ma, semplicemente, per le economie di scala che vengono permesse. L’UE sta affrontando la fase decisiva della sfida climatica con grandi dichiarazioni di principio che vengono, però smentite dai fatti, i quali confermano come le scelte energetiche obbediscono ancora a fattori geo-politici dettati dalla continua dipendenza dalle fonti fossili, ed ai conflitti armati ad esse associati, piuttosto che alle esigenze strategiche globali di difesa del pianeta, basate sulla cooperazione e pacifica convivenza.