Intervento all’Università della Bocconi sul deposito scorie nucleari

Intervento all’Università della Bocconi sul deposito scorie nucleari

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Buongiorno. Grazie per l’invito e la possibilità di partecipare ad un confronto su un problema nel mondo ancora irrisolto. Quello della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. Ho ascoltato con attenzione gli interventi, focalizzati su esperienze che cercano di affrontare il problema, che non è solamente fisico ma purtroppo politico. La Sogin proviene da una gestione distorta. Giusto per ricordare alcune cose:

il caso Scanzano del 2003, dove Sogin si presto da spalla ad un decreto improvvido del Governo al fine di realizzare un’opera di imposizione militare che avrebbe dovuto custodire le scorie nucleari e rifiuti di tutti i generi, senza alcun avviso o coinvolgimento della popolazione, che terminò con la cancellazione del nome di Scanzano dopo che i cittadini protestarono per ben 15 giorni e notti;

le indagini sulla “cricca” dell’Expo e gli appalti pilotati sull’affidamento per la realizzazione di strutture che avrebbero dovuto mettere in sicurezza i rifiuti nucleari.

Inoltre, dobbiamo considerare che le attività di messa in sicurezza dei centri nucleari affidata alla Sogin, come affermato dalla corte dei conti, vede notevoli ritardi rispetto ai cronoprogrammi presentati, un incremento dei costi per la gestione complessiva che vengono scaricati sulle bollette elettriche dei cittadini e una scarsa trasparenza delle attività che si svolgono nei siti. L’esperienza non mostra una buona immagine della Sogin, seppur da poco tempo gode di una nuova governance. Oltre questa esperienza, dobbiamo tener conto delle perplessità espresse in X Commissione Senato, nella fase di conferimento del parere al D.lgs di recepimento della Direttiva EURATOM con il quale è stata istituita l’Autorità di Controllo individuata nell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN). In quella sede sollevammo forti criticità in merito all’impianto proposto dal Governo che non ha riconosciuto all’ISIN una vera autonomia e indipendenza. A distanza di molti mesi, oggi ci confrontiamo e parliamo di sicurezza nucleare senza che l’ISIN sia stata resa operativa. La stessa che dovrebbe validare il programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi che deve essere presentato entro il 31 dicembre 2014, un obbligo nei confronti dell’UE la cui disattenzione porterebbe certamente all’ennesima procedura di infrazione. In merito sarebbe utile che il Governo facesse già da ora circolare le bozze di questo piano aprendo una pubblica, larga consultazione. Abbiamo invece il sospetto che finora  non sia stato fatto assolutamente nulla e quando arriveremo a ridosso della scadenza qualcuno dai Ministeri competenti potrebbe telefonare a qualcuno della Sogin per chiedere se hanno qualcosa di pronto che possa essere gabellato come piano nazionale. E’ evidente che se queste fossero le modalità non si andrebbe da nessuna parte.

Se vogliamo confrontarci sulla possibile economicità di un deposito dobbiamo aver chiaro il quadro di cosa parliamo. Oggi abbiamo discusso di rifiuti a bassa e media attività ma siamo certi che ragionare solamente o in parte su questo aspetto sia corretto? Ci sono rifiuti radioattivi a media e alta attività devono essere tenuti isolati, per centinaia di secoli (15.000 anni per le scorie a media attività, 200.000 anni per le scorie ad alta attività) da qualsiasi contatto con le acque e con esseri viventi. Per avere un’idea di questi numeri e tempi si pensi che 10.000 anni è il doppio del periodo che ci separa dai tempi dei faraoni; è oltre 50 volte il tempo intercorso dall’invenzione della macchina a vapore ad oggi. Nel caso dei rifiuti ad alta attività il plutonio perde metà della sua radioattività nel corso di 24.000 anni; dopo 100.000 anni — mille secoli! – Possiede ancora oltre il 10% della radioattività che aveva quando è stato estratto dal reattore nucleare o altro… Tenendo presente lo spazio temporale con il quale abbiamo a che fare, possiamo dire che il quadro in Italia, un paese dov’è difficile dipanare la matassa dei problemi, non chiarisce in modo limpido e trasparente come si vuole affrontare il problema.  Nel D.lgs n. 31/10 si definisce “Deposito nazionale”: il deposito nazionale destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività, derivanti da attivita’ industriali, di ricerca e medico-sanitarie e dalla pregressa gestione di impianti nucleari, e all’immagazzinamento, a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti ad alta attivita’ e del combustibile irraggiato provenienti dalla pregressa gestione di impianti nucleari.

Quindi anche l’alta attività troverà locazione al fianco delle bassa e della media attività. Ne fa riferimento anche la relazione illustrativa alla guida dei criteri per l’individuazione delle aree idonee per la costruzione del deposito: “Un sito ritenuto idoneo per la localizzazione di un impianto di smaltimento superficiale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività sulla base dell’applicazione di criteri di selezione… quali quelli individuati nella Guida Tecnica può ritenersi idoneo … anche per la localizzazione di un deposito di stoccaggio di lungo termine”. Al di là della forma verbale utilizzata (“può ritenersi”), ciò che suscita qualche dubbio è il senso da attribuire all’insistito richiamo che nella relazione viene fatto alla necessità di verificare la compatibilità delle caratteristiche del deposito di stoccaggio dell’alta attività con quelle del sito prescelto.Inoltre il Decreto è preciso nel definire il deposito nazionale come un’opera unica, che include un impianto di smaltimento per i rifiuti radioattivi a bassa e media attività e, appunto, il deposito temporaneo di lungo termine per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile irraggiato. A rendere incontrovertibile l’indicazione di unicità dell’opera e del sito vi è anche il fatto che il deposito nazionale (con entrambi quindi gli elementi di cui si compone) deve essere posto all’interno di un unico “parco tecnologico”, un’indicazione chiaramente tesa a rendere l’opera stessa più appetibile o, se si vuole, meno invisa al territorio che dovrà ospitarla.Ora, oltre al fatto già osservato che il deposito per l’alta attività non è in alcun modo menzionato nel corpo della guida tecnica, la precisa indicazione di legge sull’unicità del sito viene presentata, nella relazione illustrativa, alla stregua di una mera ipotesi, conclusa con il ribadire la necessità – nel caso della scelta di un sito unico – della verifica della compatibilità del deposito per l’alta attività con le caratteristiche del sito stesso. Infatti vi è scritto: “Qualora nel sito che sarà ritenuto idoneo sulla base dell’applicazione di tali criteri [quelli per la localizzazione dell’impianto di smaltimento della bassa e media attività NdA] si intenda, come previsto dal D.Lgs. n. 31/2010, realizzare anche un deposito di stoccaggio provvisorio di lungo termine per i rifiuti radioattivi ad alta attività e per il combustibile irraggiato residuo, dovrà essere fornita evidenza, nell’ambito delle relative procedure autorizzative, della piena compatibilità di tale tipologia di deposito con il sito prescelto”.  Vi sono anche altri aspetti che riguardano i criteri per l’individuazione delle aree. Il caso forse più evidente è il criterio di esclusione per inadeguata distanza dai centri abitati, distanza che, si limita a dire la guida, “deve essere tale da prevenire possibili interferenze durante le fasi di esercizio del deposito, chiusura e di controllo istituzionale e nel periodo ad esse successivo, tenuto conto dell’estensione dei centri medesimi”. Prescindendo dalla difficoltà di escludere a priori, nella realtà italiana, ogni “possibile interferenza” con i centri circostanti (tenendo tra l’altro conto che il deposito nazionale dovrà essere collocato all’interno di un parco tecnologico, difficilmente enucleabile da un contesto territoriale), sembra evidente che, indicato in tal modo, il criterio potrà essere applicato solo in fase di approfondimento e che pertanto la definizione di un criterio, in termini di raggio di esclusione in funzione della popolazione residente nei diversi centri, in base al quale effettuare la prima selezione viene di fatto così lasciata alla SOGIN. Come M5S riteniamo che fondamentale fare chiarezza innanzitutto sulle perplessità che vengono sollevate. Farlo con la massima trasparenza e il coinvolgimento dei cittadini,  dei territori interessati (facciamo riferimento in particolare alle realtà produttive) che devono partecipare ai processi decisionali sui quali le scelte cadono. Come fanno in altri paesi civili ad esempio in Finlandia, Inghilterra e molti altri in Europa, con il quale ci dobbiamo anche confrontare per agire in modo armonico, in cui la gestione del nucleare è molto più complessa per le quantità che si trovano a gestire rispetto a quelle che abbiamo in Italia. Chiaramente, l’uscita infelice dei giorni scorsi sulla stampa nazionale da parte dell’Amministratore della Sogin Riccardo Casale, nel quale ha affermato che il territorio della Puglia, della Basilicata, del Lazio e della Toscana  sono tra le zone più adatte dove c’è la maggiore concentrazione delle aree idonee alla realizzazione della pattumiera nucleare, mostra chiaramente la superficialità con la quale Sogin continua ad operare. Prima di indicare il dito sulle aree dove vuole fare il deposito di scorie nucleari e per procedere con la messa in sicurezza dei lasciti nucleari è fondamentale chiarire gli aspetti sulla tipologia del deposito di scorie che il territorio deve ospitare e rendere urgentemente operativa l’Autorità di sicurezza con la costituzione dell’ISIN. E’ necessario inoltre comprendere, se questo ritardo è dovuto al solito vizio di nominare persone gradite al potere politico con il solito metodo clientelare al di là della loro effettiva competenza. Se cosi fosse, allora è giusto sapere che possiamo smettere immediatamente di parlare del deposito nazionale. La credibilità dell’autorità di sicurezza è un prerequisito assoluto per il successo di questa operazione. La Sogin non può operare in modo autonomo sulle scelte. Non è possibile, non è giusto e non è opportuno che lo stesso soggetto proprietario degli impianti sia incaricato di fare lo smantellamento degli stessi, di trovare il sito per il deposito, di interloquire con la popolazione e gli amministratori locali affinché questo sia accettato nonché di progettare, costruire e magari anche gestire il deposito. La lezione di Scanzano non ha insegnato. La Sogin deve seguire le procedure in modo trasparente coinvolgendo i cittadini, le istituzioni nazionali e regionali nei processi decisionali. Diversamente, la gestione sulla messa in sicurezza dei rifiuti nucleari italiani affidata a Sogin rimarrà inaffidabile, solleverà conflitti sui territori, lascerà il problema delle scorie nucleari irrisolto, con il pericolo di esporre i cittadini a seri rischi per la sicurezza e la salute.